Che
palle la crisi spiegata dai talk show di lutto e di governo.
Che strazio quelli che ce l’hanno annunciata in ritardo come i treni
dei pendolari, che ce l’hanno descritta come il solito truce bollettino
dell’ultimo delitto in villetta.
Che tortura questa sensazione che ci sia sempre un indizio fondamentale
ancora da scoprire, un pigiama sporco da dare in pasto alla nazione in
seconda serata.
Che noia il professor Largo Circa: sarebbe ora che lasciasse il posto
in università all’assistente Bonazza e a qualcuno la seggiola
in consiglio di fondazione che, alla sua età, dalle banche ha già
incassato abbastanza e la villa al mare non gliela toglie più nessuno.
(Non siamo forse nel pieno della crisi? A quando un po’ di sana
alternanza?)
Che imbarazzo i giornalisti tristi che intingono le penne nel veleno dopo
aver inzuppato per anni il pane.
Che doppio imbarazzo quelli che per spiegarcela sono arrivati a invitare
in trasmissione un condannato per terrorismo (beh, in fondo...).
Che barba sempre gli stessi servizi, grigi e qualunquisti: mai una diagnosi
e solo autopsie. Mai la soddisfazione che qualcuno, invece di parlarsi,
si vomiti addosso in diretta. Con autorevolezza, però.
Insomma, che razza di coraggio hanno avuto quelli che ce l’hanno
raccontata, evocata e analizzata piangendo, battendosi il petto, invitandoci
alla sobrietà, finendo per obbligarci alla rassegnazione, alla
paura. Alla malinconia infinita.
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Che barba sempre gli stessi servizi, grigi e qualunquisti: mai una diagnosi
e solo autopsie. Mai la soddisfazione che qualcuno, invece di parlarsi,
si vomiti addosso in diretta. Con autorevolezza, però.
Insomma, che razza di coraggio hanno avuto quelli che ce l’hanno
raccontata, evocata e analizzata piangendo, battendosi il petto, invitandoci
alla sobrietà, finendo per obbligarci alla rassegnazione, alla
paura.
Alla malinconia infinita.
A loro dedichiamo il nostro secondo “vaffa”, questa volta
contro la crisi, liberatorio e costruttivo. Non che il primo contro le
banche non lo fosse, ma permettersi di gridare “Vaffanbanka!”
in un paese governato dal capitalismo bancocentrico, coltivato sui mutui
e su pochissimo altro, è stato come togliere il crocefisso dalle
scuole: un’eresia.
Ora, nell’epoca in cui ci tocca galleggiare, senza per forza voler
sembrare più eruditi di quelli che invita Bruno Vespa nel salotto
buono, tiriamo in ballo anche noi il discorso di Indianapolis del 12 aprile
1959, in cui John Fitzgerald Kennedy fece notare per la prima volta al
mondo che il termine cinese we-ji, che significa crisi, è composto
da due ideogrammi: uno indica il problema, l’altro l’opportunità
(in tutta onestà, un’acrobazia retorica che fa comodo tirar
fuori in tempi di magra).
In fondo, anche in greco krisis è un vocabolo indefinibile come
l’Andreotti dei tempi migliori, senza contare la sfilza di filosofi
che, da Sorel a Hölderlin, fa discendere ogni dinamica di cambiamento
da una fase critica.
Allora, prima che qualcuno ci rinfacci di essere pure noi diventati pallosi,
ricordiamo un elemento di riflessione importante: Norberto Bobbio riteneva
che l’etica non deve fondarsi sulla speranza, ma sulla responsabilità.
Ecco perché sentire dire ai grandi banchieri di casa nostra che
ci siamo salvati la ghirba per merito loro ci toglie definitivamente la
prima e non depone certo a favore della seconda.
Cinicamente, se non fosse per le migliaia di posti di lavoro persi che
lo stellone nazionale ha giustamente evitato, sarebbe stato meglio che
anche da noi il “sistema” non si fosse salvato, o almeno lo
avesse fatto solo in parte. Su questo tema, qualcuno in preda a una crisi
di nervi e di astinenza da poltrona, non ci ha pensato un attimo a rivalutare
la figura dell’ex Governatore della Banca d’Italia, che tanto
brigò a difesa dell’italianità del sistema.
Risultato? Quelli che c’erano prima del crollo, e durante, ci sono
anche adesso ed è a loro che è stato dato il compito di
rifare le regole.
Non sappiamo se tutto questo possa essere credibile, ma stavolta comportiamoci
da donne e uomini di buona volontà, usiamo la nostra saggezza fatta
di piccoli risparmi, piccoli gesti quotidiani e minuscole astuzie: è
così che abbiamo l’occasione storica di cambiare la realtà.
Fregandocene dei dettagli.
È la rivincita per la “base” della catena alimentare,
la nostra riscossa: senza i nostri spiccioli, che in tempi di vacche grasse
i “grandi” trattano con sufficienza, non si riparte. Non facciamo
l’errore di scambiare la sobrietà con la rinuncia: avremmo
bisogno tutti di un nonno che ci ricordi come ha fatto la sua generazione,
con due tozzi di pane, a tirarsi fuori dalle macerie della guerra. E non
commettiamo nemmeno l’altro, di errore: credere che qualunque cosa
si costruisca adesso, finisca poi per essere un favore a qualcun altro.
Stavolta lo facciamo per noi e per i nostri figli. Ai quali dobbiamo ricordare
che la crisi va vista molto più semplicemente di come la vedono
i professori che scrivono in prima pagina nelle soste di governo: la crisi
è solo una medaglia a due facce.
Quindi, senza fare i fenomeni, piazziamoci nel mezzo e interessiamoci
del bordo: sarà sempre meglio assaggiarlo che prenderlo sui denti.
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